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Che cosa può insegnare il teatro agli imprenditori?

aprile 30, 2012

da innovando.it

Il teatro può insegnare agli imprenditori che la psicologia e il metodo di guidare una molteplicità di persone in un mondo spietatamente competitivo non sono mai cambiati.

C’è uno schema comune, a ogni livello della società, nel modo in cui i leader esercitano il potere. Per quanto differenti siano le culture, la gestione del potere da parte di un leader sembra essere la stessa nell’Inghilterra elisabettiana, nell’Africa tribale, nella Cina comunista o nell’America capitalista. I leader possono avere titoli diversi: re, imperatore, duca, console, presidente, direttore, amministratore delegato, consigliere. Ma i poteri che detengono, la loro influenza sulla vita degli altri, il bene che possono fare e il danno che possono provocare hanno lo stesso riscontro in ogni società nella storia.

Ogni opera teatrale è il prodotto della sua epoca e delle epoche precedenti. Shakespeare traeva spunto dall’attualità, dalle cronache storiche, dai grandi scrittori classici greci e latini, dalle fiabe e dai racconti popolari, dalla Bibbia. Prendeva le storie e le parole dei suoi predecessori, modificava qualche elemento qua e là per adattarlo alle esigenze del suo pubblico e con le idee dei vecchi geni creava un nuovo racconto.

Il teatro può suggerire a un leader moderno che la cultura tecnica e commerciale, di cui sono impregnate la maggior parte delle nostre organizzazioni, ci consente di migliorare continuamente macchine e merci, o di divenire inconsapevolmente noi stessi macchine e merci, ma non ci consente di esprimere pienamente la nostra soggettività, di motivare e gestire delle persone e di percepire compiutamente la complessa realtà che ci circonda.
Le api costruiscono alveari, le persone costruiscono imprese. Le aziende producono merci. Anche altri animali economici lo fanno, spesso con maggiore precisione. Come animali economici, le arti e i mestieri primeggiano nella capacità di produrre idee, non solo oggetti materiali. Un’azienda trascorrerà tutta la vita senza mai concepire una minima variazione nel modo di raccogliere il cibo. Un laboratorio delle arti e dei mestieri invece è come se fosse incapace di questo tipo di meccanica aderenza alle istruzioni, essendo incurabile sperimentatore e risolutore di problemi. Le idee sono certamente le merci più importanti che produciamo, anche se molti imprenditori non sono abituati a considerarle così.

Il teatro può insegnare che ogni persona è un essere dialogante e teatrale, un insieme di ruoli in costante confronto reciproco, che apprendono gli uni dagli altri come prendere le proprie decisioni, come elaborare le proprie strategie, come vincere le proprie paure.

“L’educazione teatrale va intesa e coltivata come formazione umana, culturale e relazionale, come comunicazione affatto particolare, come crescita organica e come presa di coscienza di sé e degli altri.” (J.Dewey)

Il teatro insegna molte cose. Ad esempio, insegna a leggere il contenuto intangibile che abbiamo celato dietro le nostre parole e azioni, il sottotesto di una trama, gli obiettivi e le finalità del nostro dire e agire, il “perché ti sto dicendo queste cose”, la causa principale, il movente, l’autentico motivo per cui una persona afferma determinati concetti e pensieri. Il teatro insegna la grande differenza fra testo e pre-testo.

Il teatro è una scuola di vita, uno dei maggiori strumenti di apprendimento umano dall’era antica a oggi. E’ un percorso di formazione permanente che si rivolge in primis ai bambini, poi agli adolescenti e infine agli adulti e agli anziani. Se vivessimo in un paese civile ed evoluto, il teatro sarebbe un’esperienza scolastica obbligatoria, una materia di studio che accompagna le persone dalle scuole materne all’università. Per natura e storia, il teatro è un percorso formativo che non può essere adattato alla formazione manageriale e alla visione temporale a breve termine delle nostre aziende.

L’antica tradizione della commedia dell’arte di improvvisare a scena fissa persiste maggiormente nelle realtà aziendali che non in quelle teatrali. La vision di un’organizzazione, come un testo teatrale, non si esprime mai da sola ma deve essere interpretata. Ogni performance organizzativa è un insieme ordinato e coerente. E’ una costruzione di senso priva di contraddizioni che stabilisce la finalità all’interno della quale devono agire le diverse componenti che formano un’organizzazione. La vision serve a fissare i confini della rappresentazione (la mission dell’organizzazione), assegna le azioni agli attori organizzativi, offre loro l’occasione di esprimersi compiutamente, ma soprattutto stabilisce i rapporti e i modelli fondamentali (i comportamenti individuali e organizzativi) che caratterizzano l’organizzazione. Per interpretare un’organizzazione, gli attori devono comprendere e condividere l’insieme di sottotesti che l’imprenditore ha ricavato da una corretta interpretazione della vision. La vision è l’idea in formazione di un’organizzazione.

Costruire un’organizzazione significa pertanto mettere a fuoco il significato di una vision. Un’organizzazione non può mai essere interpretata in modo neutrale. Se un attore organizzativo non comprende il senso di quello che sta facendo nel lavoro, si comporta come un personaggio in cerca di autore. Quanti imprenditori non comprendono il senso di quello che stanno facendo nel loro lavoro e si comportano “improvvisando a scena fissa”?

Piero Ponti Sgargi

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Intervista a Paolo Vergnani

novembre 23, 2010

Ho trovato nella rete questa intervista di qualche anno fa a Paolo Vergnani, psicologo, docente di Sociologia della Comunicazione di massa all’Università di Ferrara. Tra i pionieri del Teatro d’Impresa in Italia.

A.B. > Quando, dove, come e perché nasce la sua attività dedicata al teatro aziendale?
P.V. > Sostanzialmente per caso. Un fax di un amico, Lucio Argano, docente alla Sapienza, con un articolo del Sole 24 Ore che parla del Festival di Nantes e del teatro d’impresa in Francia. Come formatore che cercava qualcosa di nuovo per evitare di cadere nella ripetitività e come figlio di un cantante lirico cresciuto tra le tavole di un teatro non mi serviva altro. Poi il giro a Nantes a conoscere Béatrice Aragou, la madrina del Festival, e Christian Poissonneau, l’inventore del termine teatro d’impresa, e nel luglio del ’97 il primo esperimento.
 
A.B. > Qual è la sua definizione personale di teatro aziendale?
P.V. > Una tecnica di comunicazione che utilizza strumenti teatrali per diffondere messaggi organizzativi, con finalità che possono essere informative, formative o emotive.
 
A.B. > A suo parere, quali sono i punti di contatto tra teatro e azienda?
P.V. > Due piani: da un lato il teatro è un organizzazione che funziona con meccanismi ben precisi e in questo caso non è nemmeno una metafora; uno spettacolo teatrale richiede un lavoro assolutamente meticoloso, esistono gerarchie e ruoli straordinariamente definiti. Dall’altro, l’azienda e l’organizzazione sono aspetti della vita e quindi hanno diritto di cittadinanza sul palcoscenico. Inoltre anche il legame tra teatro e formazione è stretto, essendo questa storicamente una delle funzioni del teatro.
 
 A.B. > Consideriamo l’azienda come palcoscenico sociale. Si può parlare di “universali” nel caso di ciascuna figura professionale che interpreta se stessa? Ossia, lo spessore del ruolo di ogni singolo (settore manageriale o impiegatizio che sia) è uguale in ciascuna azienda, come se esistessero dei tratti caratteristici peculiari?
P.V. > A un certo livello di astrazione è possibile tentare di individuare delle costanti. In fondo è quello che fanno le diverse correnti psicologiche quando individuano dei ruoli nella famiglia o nel gruppo. Se questo resta uno strumento consapevole e non un modo per appiattire le differenze può avere qualche utilità pratica.
Del resto anche le disfunzioni organizzative hanno delle costanti. Poi ogni azienda, entrando nel dettaglio, è un meccanismo unico, irripetibile e oltretutto cangiante.

La Cultura del “non sbaglio”

A.B. > Alcuni ritengono che la risata sia un’espressione di serietà (peraltro è noto che la risata sia l’unica espressione riconosciuta come “universale” in tutte le culture). Mi potrebbe commentare questa affermazione?
P.V. > L’alternativa alla risata è il sacro.
Il sacro, in ambiti non sacri come il lavoro, non è una cosa seria. Quindi paradossalmente la risata che abbatte il dogma è uno strumento a favore della ragione, quindi una cosa seria.
Poi, visto che vendiamo un prodotto alle organizzazioni, c’è una soglia in cui non sarebbe funzionale dissacrare. E a questo punto entriamo nella recita che non si svolge sul palcoscenico e accettiamo il gioco delle parti.
In questo il teatro d’impresa ha gli stessi limiti e le stesse contraddizioni della formazione che si dichiara come un mezzo per far crescere l’individuo e renderlo autonomo. Ma sempre fino ad un certo punto funzionale all’organizzazione.
 
 A.B. > E nella (sub)cultura aziendale, l’atto della risata ha una funzione catartica (catarsi come uno degli elementi primari caratterizzanti il teatro), vero? È una “risata a denti stetti”, che nasce dal contrasto tra ciò che appare e ciò che è o ciò che la forma richiederebbe? O non solo?
P.V. > A volte può essere semplicemente una fuga, una manifestazione di intolleranza o una difesa. In altri momenti una presa d’atto di un gioco delle parti che non ha niente da invidiare alla commedia dell’arte. A volte ha davvero un valore catartico, a volte aiuta a sopravvivere.
Paradossalmente, però, a volte potrebbe risultare più semplice accettare le privazioni ed i sacrifici che l’azienda può richiedere se si prende tutto dannatamente sul serio.
 
 A.B. > Qual è il suo stato d’animo quando si propone come specchio di una realtà aziendale particolarmente problematica? Perché lei sente suoi i personaggi che sta dirigendo e/o rappresentando, suppongo con una ragionevole certezza…
P.V. > Raramente lo faccio in modo diretto. Del resto nessuna azienda pagherebbe per mettere in scena quelle che sono le sue vere mancanze.
Invece quando lo faccio con copioni già scritti, non tarati sulla realtà specifica, e sento quella particolare risata che mi dice che si stanno rivedendo, che sentono che la storia parla di loro, mi fa piacere. Non solo perché lo spettacolo sarà riuscito ma perché, forse, avrà offerto la possibilità di vedere le cose in modo diverso, di chiamarle per nome e forse di innescare i processi che potranno portare a giochi nuovi.
 
A.B. > L’uomo racchiude in sé due triadi fondamentali che scaturiscono da due punti di fuga complementari e inscindibili: uomo nella sua totalità come portatore di intelletto, anima e corpo e uomo come motivo, medium (in senso etimologico) e meta del processo teatrale. Unificando questi concetti grazie a un’unica chiave di lettura, quindi, esistere è già calcare un palcoscenico, essere attore del proprio ruolo. È così?
P.V. > Sì e abbiamo davanti anche un pubblico. Su questo ha già detto tutto Goffmann in Vita quotidiana come rappresentazione. Il teatro è uno dei pochi luoghi dove la recita è dichiarata e contenuta dentro confini di spazio e tempo.

Paradosso


 
A.B. > Come nasce la sua rappresentazione dedicata al mondo aziendale? Ci può raccontare quali sono i passi che affronta quando viene contattato dal management aziendale?
P.V. > Un’analisi dei bisogni e del contesto assolutamente simile a quella che si fa quando si progetta un intervento formativo.
Se invece si deve costruire un copione su misura servono molte più cure, diversi interlocutori e ci vuole un bel po’ di tempo, almeno tre mesi.
 
A.B. > E quali sono i metodi e le tecniche che solitamente propone?
P.V. > Ovviamente dipende da diverse variabili: l’obiettivo, il contesto, il numero di partecipanti. Quando la finalità è formativa. il teatro d’impresa può venire proposto in abbinamento a momenti formativi tradizionali o può rappresentare una cornice in presenza di un tragitto a distanza.
La lezione spettacolo è il nostro prodotto più venduto perché unisce l’efficacia all’economicità, ovviamente parlando di numeri ampi.
In Italia sono meno le possibilità di far recitare i dipendenti. Considerando che le aziende te li lasciano per tempi ristretti, il risultato rischierebbe di essere scadente sul piano estetico. Volendo coinvolgere i partecipanti, preferiamo far creare fotoromanzi o video-clip che, essendo in sé un mezzo kitsch, evitano le cadute di gusto.
 
A.B. > In che cosa consiste il “dopo”? Cioè, che cosa accade in seguito alla sua opera di messa in scena, di duplicazione della realtà? Il teatro presenta numerosi parallelismi con l’attività di psicoanalisi, e l’analista non abbandona il paziente dopo avere evidenziato le cause della patologia che sta curando… Quindi qual è la sua prassi di medicazione, se così si può definire?
P.V. > Dipende dal patto stipulato. A volte la richiesta è quella di un semplice momento di intrattenimento o di informazione e ha senso anche in quanto fine a se stesso. Se invece è richiesto un intervento che incida sull’organizzazione, il teatro può essere solo una tappa che va integrata con altri passaggi, appunto tradizionali.
Gli unici casi dove l’intervento può restare solo vincolato alla tecnica teatrale è quando viene utilizzato per favorire l’integrazione di un gruppo.
 
A.B. > Il teatro aziendale sublima la dimensione temporale poiché guarda al passato vivendo il presente e si proietta verso il futuro, divenendo onnicomprensivo conseguentemente alla fusione delle tre dimensioni del tempo che percepiamo a livello cognitivo. Concorda con questa mia riflessione?
P.V. > Si, da solo non mi sarebbe mai venuta in mente, ma se posso la utilizzerei.

Sopravvivere al Conflitto

A.B. > Nella sfera aziendale, quali sono gli elementi comportamentali che a suo parere tendono ad agire a livello conscio e a livello inconscio o subconscio? In base alla sua esperienza, che cosa deve essere razionalizzato e condotto verso la sfera del cosciente affinché abbia successo la consapevolezza della propria “auto-guarigione”?
P.V. > I meccanismi fondamentali dell’organizzazione sono legati alla definizione di sé in rapporto agli altri. Dal lavoro otteniamo un pezzo notevole della nostra immagine di noi.
La gran parte dei funzionamenti e delle disfunzioni aziendali sono quindi dati dalla dinamica del confronto e in ultima analisi della lotta di potere.
Non parlerei di guarigione, primo perché non sono sicuro che sia patologico, secondo perché il teatro d’impresa non è e non vuole essere terapeutico, terzo perché, se anche lo fossimo, l’effetto sarebbe devastante per l’organizzazione.
Una volta un altissimo dirigente con cui avevo lavorato, incontrato dopo anni, mi abbracciò con una luce nuova negli occhi e mi disse che il lavoro fatto insieme aveva innescato in lui profondi cambiamenti e ora era un uomo felice. Vendeva pesce fritto in una spiaggia della Costa Rica.
 
A.B. > Può approfondire il concetto di volere fare leva sui dati di fatto, ovvero sul valore e sulle capacità individuali, piuttosto che sulle presunte colpevolezze di ciascuno? In pratica, chiariamo che il teatro aziendale non è affatto un processo che punta il dito sui colpevoli di determinate situazioni problematiche.
P.V. > Per questo la gente si lascia dire le cose più orrende senza entrare in difesa. Siamo a teatro. Per questo può essere complementare alla formazione.
 
A.B. > Infine, qual è il ritratto del formatore che lei predilige?
P.V. > Quello che non si prende troppo sul serio.
Che si permette di raccontare un suo successo dopo che ha raccontato tre cazzate che ha fatto.
Che riesce a stupirsi dei racconti dei partecipanti e davvero impara qualcosa in ogni classe.
Che riesce a stupire la gente raccontandogli quello che fa ogni giorno.
Che si ricorda che è un privilegiato che viene pagato con cifre improbabili per raccontare favole a gente che almeno finge di lavorare.
Che non perde la curiosità e la voglia di studiare.
Che riesce a fare il formatore solo quando è in aula.

Eureka!

Fonte: www.comunitazione.it

Per saperne di più: www.teatrodimpresa.it

Video: Youtube

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Gli esercizi della “Palestra di Daniele Luttazzi”

luglio 28, 2010

Nel post precedentemente dedicato alla Palestra di Daniele Luttazzi, mi ero dimenticato di specificare le tre rubriche/esercizi in cui potete cimentarvi.

Dal sito: www.danieleluttazzi.it

Rubrica I

In diversi mi segnalate titoli veri che sono già satirici di per sè, senza bisogno di aggiungere altro. Esempio: Milingo si lamenta: “Quanto mi costa la moglie”. (libero-news.it/giuliano cassataro)
Se ne individuate uno, inviatelo qua per la nuova rubrica Le parallele asimmetriche. (Indicate la testata da cui avete preso il titolo.)
Davide propone la correlazione fra due titoli:
1. la Repubblica/Politica: “Mara Carfagna ha ricavato un libro dal suo primo anno di esperienza da ministro”
2. la Repubblica/Scienza: “Ricavata cellulosa da spermatozoi” (davide candeli)
E’ un’idea ottima.

Dato un titolo 1, trovate un titolo 2 che sembri correlato.
Variazione: il confronto fra due frasi contraddittorie dello stesso personaggio, la prima detta oggi, la seconda tempo fa. Esempio:
1. Influenza A: Sacconi: “No allarmismi.” (20/02/2009, ansa.it)
2. Sacconi: “Stiamo considerando l’ipotesi di immunizzare contro la nuova influenza 15,4 milioni di persone” (22/07/2009, corriere.it/ Mimmo Riccio)

Data la frase 1 detta oggi, trovate la frase 2 contraddittoria detta tempo fa
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Sono Parallele simmetriche. Insieme a quelle asimmetriche completeranno la rubrica I: Parallele.

Rubrica II

1.Franceschini si ricandida alla guida del PD:”Non posso riconsegnare il partito a quelli che c’erano molto prima di me.”
2.Franceschini ai dalemiani:”Fuori dai coglioni.”
La frase 1 è quella pronunciata pubblicamente.
La frase 2 è quello che significa davvero.

Trovate una frase 1, inventate la relativa frase 2.
Questa é la rubrica II: Pilates.

Rubrica III

1. Berlusconi: -Vertice riuscito, premiata la mia lucida follia.
2. Michelle Obama: -Perché la carbonara di Berlusconi é blu??- (Vittorio Lattanzi)
La frase 1 è quella pronunciata pubblicamente.
La frase 2 è la domanda bizzarra che l’ha provocata.

Trovate una frase 1, inventate la relativa domanda 2
.

Questa é la rubrica III: Carnac.

Il grande segreto

Ciò che fa scattare la risata è LA TECNICA della battuta, non il contenuto. Fateci caso: quando un giornalista riassume la battuta di qualche comico oppure ne fa una parafrasi con parole sue, la battuta non fa ridere. Il contenuto serve alla salienza e predispone l’animo alla risata, ma è la tecnica ( il timer ) a farla esplodere. Ed è la tecnica che si impara a mettere a punto, in questa Palestra di bombaroli. (Dai miei piccoli esperimenti live su battute di comici famosi, ad esempio, ho scoperto che basta spostare una parola in un certo modo e la battuta diventa molto più forte.)
(Quale modo? Scoprìtelo da soli. Io ci ho messo vent’anni per arrivarci. Magari sarete più fortunati.) (Sì, buonasera.)

Poi esistono contenuti (idee) più o meno originali e qui serve il confronto con gli altri.

La risata scatta non per l’idea, ma per la tecnica della battuta. Una battuta è un racconto in miniatura in cui distinguiamo una trama (il plot) e una sceneggiatura (la struttura). Il plot contiene una risata latente che solo la struttura fa esplodere. Infatti la parafrasi di una battuta (cioè il plot senza la struttura) non fa ridere.

La struttura di una battuta è il meccanismo a orologeria che modula il fluire del tempo narrativo rendendolo sorprendente. Esistono vari meccanismi, ciascuno composto da tante rotelline: fra queste, una delle principali è l’esattezza del dettaglio.

Questo é l’ultimo post prima della pausa estiva.
Buone vacanze!!

Giovanni

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